
La Presentazione di Gesù al tempio (che si celebra domani) rap- presenta, non solo liturgicamente, il luogo d’appuntamento dove Dio ha deciso di incontrare la tenerissima carne di Gesù, Verbo che abita in mezzo agli uomini, tra le braccia di una fa- miglia umana. Questa presentazione è esperienza di accoglienza e di tenerezza, di stupore e di luce, festa di una fa- miglia, quella di Nazaret, che riconosce e accoglie Gesù, regalo elargito sul- la frontiera dell’intangibile.
La Chiesa, da ventinove anni, ha deciso di far coincidere questo abbraccio benedicente tra l’umano e il divino con la Giornata mondiale della vita consacrata, ricordando come questa rappresenti l’esperienza battesimale di tutti i cristiani e, nello stesso tempo, la sequela ravvicinata di Gesù Cristo, il segno di un dono che non passa attraverso molte parole ma attraverso un gene- roso “si”, un “eccomi” che torna a mettere insieme il divino e l’umano, questa volta sulla frontiera della tangibilità, dove la “sposa” è chiamata a venire fuori, a non nascondersi più, perché l’inverno è passato, è giunta la primavera (Ct. 2,8-17), con il suo invito a rinascere, a risvegliarsi e a vivere.
Inun mondo che cambia è fondamentale porre “passi di comunione” che manifestino la volontà di camminare insieme. Nell’attuale momento ecclesiale, segnato dalla sinodalità e dalla speranza, dalla riduzione di presenze e di opere, dalle letture funzionalistiche della vita religiosa e dalla irrilevanza della stessa, si impone una restituzione profetica comunitaria e di stile ecclesiale perché nella forma è in gioco la sostanza stessa della vocazione-mis- sione dei religiosi, oggi.
Sarebbe fuorviante, infatti, giudicare la vita consacrata sulla base dell’attivismo apostolico o dell’efficacia pastorale. Sarebbe ugualmente fuorviante apprezzare la vita consacrata a parti- re dalle preoccupazioni di ordine umanitario, dall’implicazione nel sociale, dall’impegno nella cultura, dal- le opere buone, poiché tutto ciò non è “essenziale” ad essa, ma appartiene alla responsabilità della comunità cristiana tutta intera.
La profezia della comunità, quindi, non è significata, essenzialmente o esclusivamente, dalle opere che i religiosi garantiscono nella Chiesa e nel- la società, ma rimanda alla esperienza singolare della comunità. È questa dimensione che rende i consacrati uni- ci, profetici, rappresentando l’elemento costitutivo del loro stesso essere, sia nella dimensione spirituale come in quella vitale, divenendo segno sacra- mentale della comunione della vita comunitaria intra trinitaria, vera profezia dell’essere di Dio dinanzi a tanta solitudine o a tanto conflitto delle divinità e tra le divinità e, nello stesso tempo, forma-sostanza di co-essenzialità e corresponsabilità interpersonale. È legittimo chiedersi: come dire oggi la corresponsabilità di tutti i soggetti ecclesiali senza fare delle comunità religiose un “ghetto” ecclesiologico, un’esperienza carismatica e spirituale riservata? Sembra, infatti, che la corresponsabilità sia una categoria ecclesiologica e, forse anche teologi- ca scontata ma, in realtà, la corresponsabilità è poco frequentata, e, nelle pratiche di vita quotidiana, è tutt’al- tro che evidente.
Anche nel tempo sinodale, si registra fatica a stare insieme nella corresponsabilità carismatica, perché il rapporto è spesso sbilanciato, consumando- si tra controllori e controllati, generando un freno allo sviluppo carismatico, una partecipazione passiva e limitata, una forma di contrazione che stabilisce gli spazi abitabili rispetto a quelli preclusi. L’istituzionalizzazione eccessiva dei carismi, infatti, ha irrigidito il rapporto corresponsabile all’interno della Chiesa, dove gli stati di vita hanno significato come una apartheid, una forma di separazione o rigida divisione che regola le relazioni, i livelli di corresponsabilità e del- la stessa appartenenza.
In verità, però, proprio gli Istituti di vita consacrata, avevano rappresentato nella Chiesa una prospettiva di slargamento della corresponsabilità quando, con senso profetico, avevano tirato dentro la partecipazione carismatica i laici, inventandosi i Terz’Ordini che, altro non erano se non un modo per non separare gli stati di vita, la partecipazione corresponsabile nella comunità ecclesiale e sociale, la compartecipazione alla evangelizza- zione e alla salvezza.
Oggi, mentre desideriamo cammini di speranza e di comunità, mentre regi- striamo l’essere interconnessi e immersi in un mare di notizie, ci chiediamo se i carismi della vita consacrata deb- bano restare meramente funzionali agli Istituti che li hanno custoditi nel tempo o se la custodia è solo un passaggio importante, mapur sempre funzionale, alla consegna ad una “fami- glia” composta da cristiani e cristiane laici che “convivono” con consacrate e consacrati, offrendo la possibilità di innescare, per l’oggi e per il futuro, “passi di comunione”, prassi ecclesiali per pratiche buone di corresponsabilità. Questa contrazione carismatica da parte dei custodi del fuoco è fonda- mentale per creare spazio, per fare spazio, rendendo l’altro partecipe di una trasmissione generativa. Singola- re, a questo riguardo, il cammino del popolo di Israele sotto la guida di Mosè, paradigma di tanti percorsi di integrazione di una comunità che de- ve apprendere la grammatica dello stare insieme, strutturandosi per il be- ne della collettività, patendo e gioendo insieme, non lasciando indietro nessuno. La storia di questa alleanza, trova una narrazione tipologica nella sparizione di Mosè, il leader e fondatore, sul monte Nebo, lasciando che fosse il popolo soggetto capace di pro- seguire la propria storia come frutto di ricerca, intraprendendo cammini fin dentro un territorio inesplorato, “uno spazio eretico”, dove ugualmente abita la vita e l’amore si misura con il rischio e non con la sicurezza.
È tempo di decisioni e non di rimpianti, è tempo di profezia comunitaria e non di isole felici, è tempo di cammino e non di stasi, di fedeltà al Vangelo, sapendosi confrontare con le provoca- zioni culturali attuali e con un rinnovato senso di dialogo e di appartenenza ecclesiale.
LUIGI GAETANI | Presidente Nazionale CISM